DIRITTI UMANI E CITTADINANZA ONU: Le guerre in corso non sono eventi straordinari, ma parte di un problema in espansione

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DIRITTI UMANI E CITTADINANZA ONU: Le guerre in corso non sono eventi straordinari, ma parte di un problema in espansione

19 Novembre 2025 Uncategorized 0

Darfur, in Sudan. I neo imperi di questi anni passano da qui.

Secondo l’ufficio diritti umani delle Nazioni Unite, le atrocità nella città di El Fasher sono “inimmaginabili” e ormai la fuga dalla città è diventata massiva: circa 82.000 persone sono già scappate su una popolazione stimata di 260.000 abitanti. Oltre venti Paesi hanno firmato una dichiarazione in cui denunciano “violazioni abiette”.

Anche qui, come a Gaza, tattiche di assedio e fame sono usate come arma di guerra nei confronti dei civili. Sul piano militare, l’azione delle forze paramilitari del Rapid Support Forces (RSF) trova un governo centrale incapace di riacquisire il controllo dell’area. La guerra resta ai margini nei grandi media e dunque c’è scarsa pressione internazionale: nessuno grida basta. Sul fronte diplomatico, emerge un’ulteriore debolezza, perché manca una piattaforma di pace concreta, un negoziato efficace.

La diplomazia resta uno strumento fragile. Come in Asia sud-orientale. Lì, il fragile accordo di pace tra Thailandia e Cambogia ha già mostrato crepe consistenti. Dopo l’esplosione di una mina, che ha ferito quattro soldati tailandesi nella provincia di Sisaket Province, Bangkok ha formalmente sospeso il trattato di cessate il fuoco mediato da Donald Trump. Phnom Penh ha negato di aver seminato nuove mine. L’incidente, dice, è dovuto a vecchie guerre del passato.  Questo scontro appare come  “minore”, nella scala mondiale, eppure dimostra come ogni singolo confronto armato sia legato a logiche complesse, a interessi di potenze più grandi. La diplomazia pareva aver creato le condizioni per un accordo, il Kuala Lumpur Peace Accord, firmato il 26 ottobre di quest’anno. Invece, siamo davanti ad una tregua teorica che si sgretola subito, una zona grigia dove la distanza fra pace firmata e pace reale è vasta.

Come nella striscia di Gaza, dove si continua a morire. La violenza non è affatto sparita. Si sono registrati numerosi raid israeliani. Le demolizioni e la crisi umanitaria restano protagoniste. Dal punto di vista delle cancellerie internazionali, la diplomazia pare ormai stanca. La mediazione internazionale appare orientata più alla gestione dell’emergenza, che alla costruzione di una pace stabile. Le condizioni strutturali della guerra, cioè occupazione, diritti, ricostruzione, futuro politico, restano irrisolte. In questo quadro la tregua sembra più un intervallo fragile che l’avvio di un percorso nuovo. La conferma pare arrivare dalla Cisgiordania, dove continua l’occupazione abusiva e illegale di territorio da parte dei coloni israeliani. E arriva, la conferma, anche dal Sud del Libano, sempre più occupato dalle forze armate di Tel Aviv.

Scorre sangue in Palestina. Altro sangue scorre sul fronte ucraino, nella grande guerra di logoramento con l’occupante russo. Lo Stato Maggiore delle forze armate ucraine nega l’accerchiamento della città di Pokrovsk. La parte russa reclama, invece, avanzate locali, basate su attacchi di droni e target energetici. A livello diplomatico, si tenta di riallacciare il dialogo fra Mosca e Washington, tenendo sempre ai margini – è un paradosso significativo – Kiev. Il ministro russo Sergei Lavrov ha dichiarato di essere pronto a incontrare il senatore americano Marco Rubio, dopo la rottura apparente nei canali comunicativi con Mosca.  La diplomazia appare comunque in difficoltà. Il risultato è una “guerra che continua” senza prospettiva immediata di disimpegno e pace.

Questo il quadro generale. Restano sospese all’orizzonte le guerre e le vittime del Myanmar, dello Yemen, dell’Africa sub sahariana.

Le guerre in corso non sono eventi straordinari, ma parte di un problema in espansione: si tenta di soffocare il diritto a discapito della prepotenza e delle armi.

E milioni di esseri umani continuano a morire.

Ieri sera, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione redatta dagli Stati Uniti che sostiene il piano di pace di Donald Trump. Ci sono stati 13 voti a favore del testo, solo Russia e Cina astenute e nessun veto. La risoluzione autorizza la creazione di una forza internazionale di stabilizzazione (ISF) che collaborerebbe con Israele, Egitto e la polizia palestinese per garantire la sicurezza delle zone di confine e la smilitarizzazione della Striscia di Gaza. E appoggia inoltre la formazione di un Peace Board, un organo di governo transitorio per Gaza presieduto dallo stesso Trump, con un mandato fino alla fine del 2027.

Assente nelle bozze, il testo finale include il riferimento a una Palestina indipendente, ad un vago percorso verso un futuro Stato di Palestina, il prezzo pagato da Washington per ottenere il sostegno del mondo arabo e islamico alla risoluzione. Una volta che l’Autorità palestinese avrà attuato le riforme richieste, “potrebbero finalmente esserci le condizioni per un percorso credibile verso l’autodeterminazione e la statualità palestinese”, afferma il testo.

La risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU che ha sostanzialmente avallato il piano di pace per Gaza è “un passo importante per porre fine al conflitto”. Oppure, “non è conforme al diritto internazionale”. Da un lato il commento della Commissione europea – e della maggior parte della comunità internazionale, comprese Israele e l’Autorità palestinese -, dall’altro l’avvertimento della relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese. Che dal Parlamento europeo rilancia l’attacco alle istituzioni comunitarie, la “foglia di fico” dietro cui si nascondono gli Stati membri nella loro complicità allo sterminio del popolo palestinese.

Per la relatrice speciale delle Nazioni Unite, che per prima denunciò il genocidio in atto a Gaza e per questo è stata colpita da sanzioni dall’amministrazione USA, le richieste dell’UE di un maggior ruolo nell’amministrazione temporanea della Striscia “sono una vergogna coloniale”. Invece che voler stare al tavolo delle trattative “in questo modo rapace, da avvoltoi”, l’Unione europea avrebbe dovuto “stare al tavolo della discussione quando si poteva prevenire la distruzione di Gaza”.

Albanese denuncia l’ipocrisia europea sul sostegno alla soluzione a due Stati, perché la realtà dell’occupazione israeliana della Cisgiordania e della distruzione della Striscia rende “fatua qualsiasi discussione politica su due Stati”. La risoluzione approvata dall’ONU poi, “non è conforme al diritto internazionale” – denuncia l’esperta delle Nazioni Unite -, che prevede che “Israele lasci la Striscia, la Cisgiordania e Gerusalemme Est ai palestinesi, che smantelli le colonie, ritiri le truppe, smetta di sfruttare le risorse naturale e economiche dei palestinesi”. Oltre al nodo “dell’indennità da pagare per le violenze inflitte ai palestinesi”, completamente assente nel piano trumpiano.

Il percorso verso la pace è ancora arduo ed in salita, soprattutto se tra i due Popoli non vi sia il riconoscimento reciproco delle sofferenze e tragedie subite.

Margherita Iantosca

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